HomeClimaEnergiaJoe Biden: è tempo di un cambiamento green?

Joe Biden: è tempo di un cambiamento green?

Per molti il neo eletto presidente USA Joe Biden sarà l’uomo del cambiamento.

Lo spera la SEIA (Solar Energy Industries Association), una importante realtà commerciale non governativa che rappresenta più di 1.000 aziende che operano nel settore energetico solare, tramite il suo CEO Abigail Ross Hopper, richiedendo a gran voce che l’amministrazione Biden revochi le tariffe quadriennali sulle importazioni dall’est asiatico di materiale e tecnologie legate allo sviluppo dell’energia solare.

Nel periodo più cupo degli ultimi 40 anni per il nostro pianeta, in un momento storico in cui gli Stati Uniti non sono più la grande nazione di un tempo, per molti Joe Biden è il simbolo di una rinascita e di una svolta. Viste le scelte del precedente governo, soprattutto in campo ambientale.

Nel gennaio 2018, il presidente Donald Trump su richiesta di alcune importanti realtà del settore statunitense come Sunvia e SolarWorld Americas sull’orlo della bancarotta, ha imposto dei dazi dal 30% al 5% su celle e pannelli per i successivi 4 anni, credendo di ampliare il settore statunitense fino a portare circa 100.000 nuovi posti di lavoro, mentre a conti fatti oggi ci sono circa 62.000 lavoratori a rischio e 19 miliardi di investimento persi. Questa scelta, volta a colpire soprattutto il mercato dell’export cinese, ha prodotto un crollo di parte del mercato americano che non è stato in grado di sopperire alla mancanza di materia prima. Oltre a questo la Cina ha potenziato le ricerche e le tecnologie sull’utilizzo del silicio monocristallino, più costoso ma molto più performante, a svantaggio del suo maggiore fornitore di silicio policristallino ovvero proprio gli USA.

Tra i primi dieci produttori di pannelli fotovoltaici troviamo sei importanti produttori cinesi, due coreani, un americano ed un canadese. La produzione delle 6 compagnie cinesi di pannelli e celle si è attestata nel 2019 a circa 59 GW su un totale di 80,3 GW delle prime dieci al mondo. E’ ovvio come la politica dell’ex-presidente volesse portare ad una riduzione della produzione cinese per stimolare un aumento di quella locale. Cinque importanti aziende americane hanno avviato nuovi impianti di moduli solari negli Stati Uniti, ma 42 fabbriche hanno chiuso, secondo quanto riportato dalla pubblicazione commerciale GreenTechMedia, in un settore in cui tre quarti degli americani lavorano nell’installazione e nella vendita all’ingrosso.

SEIA chiede inoltre che vengano nominati dei commissari per le energie rinnovabili alla Federal Energy Regulatory Commission, stimolando così l’aumento dell’uso solare presso le agenzie federali e la semplificazione dell’autorizzazione di progetti solari su terreni pubblici, oltre che ridare slancio a nuove progettualità tramite l’ok del Congresso sull’estensione del credito d’imposta sugli investimenti nel solare, l’incentivo federale che da tempo alimenta la crescita del settore. Per gli equilibri nel Congresso però bisogna attendere le elezioni della Georgia del 5 Gennaio.

Nel momento di slancio massimo dell’industria del solare questi dazi ed i ritardi imposti dalla pandemia hanno creato un boomerang complesso da gestire per la nuova amministrazione Biden, che con la nomina di Patrice Simms all’EPA (Environmental Protection Agency) sta cercando di correre ai ripari. L’ex legale di Earthjustice sarà affiancato da Joe Goffman e Cynthia Giles, entrambi all’EPA sotto Obama e hanno lavorato a stretto contatto con Gina McCarthy, a capo dell’EPA fino al 2016 e tra le persone che più si sono spese per la politica climatica dell’ex presidente di Chicago.

La linea politica ambientale sembra riprendere ciò che Obama aveva definito ma non ultimato, unito alle richieste più forti e radicali che Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez hanno preteso a gran voce.

La green recovery proposta in campagna elettorale deve iniziare subito per poter avere una importante efficacia e se si vuole che veramente gli USA possano arrivare nei tempi prestabiliti alla Zero Emission prima della Cina. Biden dovrà affrontare le richieste e le pretese delle lobbies del carbone e del petrolio, come le repubblicanissime Chevron ed Exxon, affrontando il tema del fracking e delle emissioni nel comparto auto e non solo, come già successo in California per i camion elettrici. La promessa di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, allineando gli States all’Unione Europea, creando 10 milioni di posti di lavoro ‘verdi’, soprattutto grazie all’espansione delle rinnovabili e delle funzioni di ricerca e sviluppo è l’obbiettivo finale.

Nonostante il lockdown, in questo 2020 contro i 142 GW previsti sia da IHS Markit che da Wood McKenzie, in tutto nel mondo sono stati installati 115 GW. Da questo dato confortante si deve ripartire. Gli USA devono ripartire dal proprio +20% di nuova installazione rispetto al 2019 e da un +14% in termini mondiali. Nonostante tutto si riparta dal 2020: l’anno in cui la Polonia è al suo primo GW di fotovoltaico, l’Italia ha attivato il suo più grande parco fotovolatico in Puglia, in Cina è stato realizzato un 1GW di parco agro-solare tra bacche di Goji e droni manutentori e in Indonesia è iniziata la costruzione del più grande parco solare al mondo che nel 2027 produrrà da solo 10 GW.

La crescita del solare è ormai una realtà. Biden lo sa.

Paolo Capacciola
Paolo Capacciola
Architetto, designer e urbanista tattico, si forma in Italia e all'estero per fare poi esperienza didattica universitaria a Firenze.  Lavora in Emilia ed Umbria alla ricerca continua di innovazione e sostenibilità. È tra gli allievi della Scuola Langer, la scuola di formazione politica, comunicativa e giornalistica per gli under 35 promossa da Europa Verde.

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