La biodiversità è vita e proteggerla è una delle sfide del nostro tempo

Biodiversità in crisi

La biodiversità è vita e proteggerla è una delle sfide del nostro tempo. Ce lo dicono i dati, quelli elaborati nel rapporto “State of nature in the EU – Results from reporting under the nature directives 2013-2018” dall’European Environment Agency (EEA), ad esempio, che rivelano come l’89% circa degli habitat tutelati dalle Direttive Natura vertano in un cattivo stato di conservazione; ma anche quelli emersi dal dossier del WWF sulla situazione nostrana, che ci restituiscono un’immagine piuttosto preoccupante della situazione, con il 52% delle 570 specie di fauna italiana protette dalla Direttiva Habitat in un inadeguato o sfavorevole stato di conservazione (e un picco dell’80% nel caso dei pesci) e l’86% degli habitat tutelati nella stessa situazione. Numeri che impressionano e fanno male, a maggior ragione se si pensa che a livello europeo l’Italia è al primo posto per ricchezza di specie.

In mezzo secolo sono stati annientati oltre due terzi della fauna mondiale e i responsabili di questo disastro siamo noi che, attraverso le nostre attività insostenibili per il Pianeta, abbiamo causato la distruzione di interi habitat e quindi delle specie che li abitavano. La deforestazione e l’espansione delle coltivazioni restano le principali cause di questa situazione e da sole, in un arco di tempo che va dal 1970 al 2016, hanno determinato un calo del 68% della fauna mondiale.

La nuova strategia dell’UE per invertire la rotta

Per invertire questa rotta, che secondo le stime elaborate dal WWF costerà al mondo 479 miliardi di dollari all’anno, il Consiglio dei ministri europei dell’ambiente ha raggiunto qualche giorno fa un accordo sugli obiettivi della strategia UE sulla biodiversità 2030.

Gli Stati membri”, si legge nel comunicato finale, “sono profondamente preoccupati per il tasso globale di perdita di biodiversità e riconoscono la necessità di intensificare gli sforzi per affrontare le cause dirette e indirette della perdita di biodiversità e di risorse naturali”, questo anche al fine di “rafforzare la nostra resilienza e impedire l’insorgenza e la diffusione di nuove malattie”.

Per realizzare questi propositi, l’UE ha individuato alcuni interventi chiave da mettere in atto, che riguardano innanzitutto l’urgenza di creare zone protette per almeno il 30% sia della superficie terrestre che dei mari europei.

Azioni mirate sono state poi individuate per favorire il ripristino di quegli ecosistemi terrestri e marini che attualmente si trovano in uno stato di degrado; per queste realtà la strategia UE prevede interventi che incentivino l’agricoltura biologica, a cui si riaggancia l’obiettivo di ridurre del 50% l’uso dei pesticidi entro il 2030. Si è evidenziata, poi, la necessità di proteggere gli impollinatori dal declino a cui sono sottoposti, a fronte del ruolo fondamentale che svolgono all’interno degli ecosistemi (ricordiamo, peraltro, che oltre il 75% delle colture alimentari a livello mondiale dipende dall’impollinazione animale).

Per raggiungere questi obiettivi, i ministri dell’ambiente europei hanno concordato di sbloccare 20 miliardi di euro all’anno provenienti da fondi europei e da investimenti nazionali e privati. La volontà è quella di rendere l’UE un leader mondiale nella lotta alla crisi della biodiversità e, in occasione della Conferenza delle parti della Convenzione sulla diversità biologica prevista per il 2021, la Commissione ha intenzione di mobilitarsi per chiedere un nuovo e più ambizioso Quadro Globale sulla Biodiversità delle Nazioni Unite.

La biodiversità è vita, certamente, e per questo va tutelata, anche a fronte degli enormi vantaggi che la conservazione della diversità biologica implica in termini economici e di posti di lavoro. Secondo i calcoli, infatti, proteggere adeguatamente la biodiversità porterebbe all’industria ittica un aumento degli utili annuali pari a circa 49 miliardi di euro e consentirebbe un risparmio di circa 50 miliardi di euro annui per il settore assicurativo, grazie alla notevole riduzione dei danni provocati dalle alluvioni. Non solo, la rete Natura 2000 avrebbe a disposizione tra i 200 e i 300 miliardi all’anno. Attualmente la rete Natura 2000, con un investimento di 6 miliardi l’anno, sostiene già 104.000 posti di lavoro diretti e 70.000 diretti; si stima che un aumento così cospicuo delle risorse a disposizione potrebbe arrivare a generare fino a 500.000 nuovi posti di lavoro, posti di lavoro che il ripristino della natura potrebbe creare anche a livello locale, aiutando così le piccole comunità a crescere.

Per vincere questa sfida occorre un’ottica globale

Intervenire per invertire la rotta è fondamentale; distruggere la biodiversità significa non solo condannare a morte il Pianeta, ma anche mettere a rischio i nostri sistemi alimentari, su cui pesa, ad esempio, la riduzione delle rese agricole che questa crisi comporta. Per farlo occorrono soluzioni immediate ed investimenti adeguati, ma occorre anche pensare e agire a 360 gradi. La perdita della biodiversità e la crisi climatica sono problemi correlati, due facce della stessa medaglia che non si può pensare di trattare isolatamente. E se da un lato gli obiettivi fissati con la nuova strategia per la biodiversità sembrano incoraggianti, dall’altro poco o nulla si sta realmente muovendo, è sufficiente vedere l’esito della votazione sulla PAC. Occorre ripristinare le foreste e i suoli, creare aree protette, aumentare gli spazi verdi all’interno delle nostre città ma occorre farlo in un’ottica globale, che sappia tener conto di tutti gli interventi necessari per vincere questa sfida.

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