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Un nuovo mondo dopo il Covid-19

La peste nera nel trecento impiegò 17 anni per diffondersi, lungo la Via della Seta, dalla Cina all’Europa, passando per la Mongolia, la Siria, la Turchia, arrivando in Sicilia nel 1347 e poi nel resto d’Europa. Si stima che l’epidemia della peste ridusse, in quel periodo storico, la popolazione mondiale da 450 a 350 milioni di persone.

Nel 2020 il Covid-19 ha compiuto lo stesso tragitto, in aereo, e nel giro di pochi giorni era silenziosamente e drammaticamente già in Europa e poi nel resto del mondo nella sua opera di contagio.

Effetti negativi della potenza della globalizzazione ? Dobbiamo dire addio alla globalizzazione o cambiarla, modificando radicalmente il nostro rapporto con la natura e garantendo una sicurezza sanitaria e sociale in tutto il pianeta?

Ogni anno nel mondo sono 10 milioni le persone che perdono la vita a causa delle malattie infettive e per il 92% questo accade soprattutto nei paesi del mondo più poveri del pianeta e di queste il 47% è provocato da malattie per cui non ci sono vaccini. Il progresso tecnologico e la globalizzazione, che avrebbero potuto consentire un utilizzo mondiale di terapie e vaccini insieme al miglioramento delle condizioni di vita di milioni di persone in diverse regioni del pianeta, non sono stati equi perché le diseguaglianze a partire dalla sicurezza sanitaria, sono ancora un problema in tutto il mondo. In un articolo pubblicato sulla rivista “Nature” l’epidemiologo americano Anthony Fauci, direttore dell’Istituto nazionale di allergie e malattie infettive (Niaid), stima che tra il 1980 e il 2010 l’elenco delle nuove malattie infettive è cresciuto con un ritmo medio di dieci nuove patologie per anno.

Come spieghiamo questo fenomeno? Da una parte la metodica in microbiologia ha fatto passi in avanti e ha consentito di isolare nuove malattie prima scambiate con altre. Dall’altra la globalizzazione ha consentito imponenti spostamenti di persone e merci da un continente all’altro del mondo permettendo di fare entrare in contatto, con poche ore di volo, ambienti naturali diversi, con la loro carica potenziale di microrganismi patogeni.

Gli spostamenti, gli incontri tra i popoli, le guerre e i conflitti sono stati nella storia la causa di tante epidemie che hanno sterminato interi popoli.

Prima della “scoperta” dell’America, questo continente era abitato da popoli nativi che scomparvero nel giro di pochi decenni. Studi scientifici e resoconti dei missionari dimostrano come la causa principale della loro “estinzione” furono le malattie che sbarcarono insieme ai cosiddetti conquistatori provenienti dall’Europa.

Società fragili

Il Covid-19, ha messo in crisi i sistemi sanitari dei paesi più ricchi, l’economia e la finanza globale, provocando una pandemia che ha evidenziato quanto le nazioni tecnologicamente più avanzate siano fragili, vulnerabili ed impreparate ad affrontare e prevenire eventi di questo tipo.
È la vulnerabilità il problema che la società contemporanea globale ha di fronte a sé e su questo i governi del pianeta sono chiamati a dare una risposta perché siamo di fronte ad un bivio: avviare la ricostruzione dell’economia e del nostro sistema di sicurezza sociale ricominciando dalle identiche politiche pre-crisi o avviare un cambiamento radicale nelle politiche economiche, ambientali, del lavoro, della sanità, della formazione, dell’università e della ricerca.

Virus e squilibrio ambientale

Non vi è alcun dubbio che dobbiamo seguire la strada del cambiamento perché l’emergenza da Coronavirus è figlia anche dello squilibrio ambientale, dell’urbanizzazione selvaggia, della perdita di biodiversità, della deforestazione, degli allevamenti intensivi e dello scorretto rapporto uomo animale che hanno favorito lo spillover ovvero il salto di specie del virus da animale verso l’uomo.

Il cambiamento climatico, attraverso l’innalzamento delle temperature favorirà il trasferimento di patogeni, anche letali, come ad esempio le zanzare da luoghi tropicali nelle aree dei cosiddetti paesi più ricchi come Europa o Stati Uniti e nessuno sarà immune: per l’Oms ogni anno nel mondo un milione di persone muore a causa delle punture di zanzare e altri insetti che possono provocare dengue, chinkungunya, febbre del Nilo occidentale e malaria.

 Alla fine degli anni 90 le foreste pluviali dell’Indonesia bruciavano per far posto alle piantagioni di olio di palma: in questo paese il 75% delle foreste sono state distrutte. Con questo massiccio processo di deforestazione molti alberi da frutto furono abbattuti e altri non produssero più frutti e questo costrinse le volpi volanti (Pteropus vampyrus Linnaeus) a spostarsi per cercare cibo verso aree prossime ai villaggi dove vi erano allevamenti di maiali.
I maiali dopo poco tempo si ammalarono probabilmente per aver mangiato i frutti caduti in terra morsi dalle volpi volanti. La stessa malattia colpì anche chi allevava i maiali, 265 persone svilupparono una grave infiammazione al cervello e 105 morirono. Era il primo episodio di contaminazione da virus Nipah sugli esseri umani, che da allora si è sviluppato a ondate cicliche nel sud-est asiatico.
Questa è solo una delle tante malattie infettive che colpiscono gli animali selvatici che hanno fatto il salto di specie in aree colpite da un’intensa deforestazione.
Molti studi scientifici hanno dimostrato che la deforestazione crea le condizioni per cui molti patogeni, come il virus Nipah o il virus Lassa e i parassiti che causano la malaria e la malattia di Lyme, possano infettare l’uomo.
Attraverso i dati satellitari ed epidemiologici pubblicati in un articolo dalla rivista Proceedings of the National Academy of Sciencies, firmato da MacDonald e Erin Mordecai della Stanford University, si è dimostrato come la deforestazione incida sulla trasmissione della malaria in Amazzonia.
Gli scienziati, hanno stimato che tra il 2013 e il 2015 un incremento della perdita di foresta del 10% l’anno abbia incrementato del 3% i casi di malaria.
Il Wwf ha ricordato in un suo recente documento che l’impatto della specie umana sugli ecosistemi naturali ha modificato in modo significativo il 75% dell’ambiente terrestre e circa il 66% di quello marino, mettendo a rischio di estinzione circa 1 milione di specie animali e vegetali. 

Inquinamento, salute e virus

Il 7 aprile uno studio della scuola pubblica di salute dell’università di Harvard  ha evidenziato la relazione tra inquinamento e diffusione del coronavirus. La letteratura scientifica aveva già rilevato, con numerose pubblicazioni, che alcuni inquinanti come il particolato o il biossido di azoto rendono le persone più vulnerabili nelle vie respiratorie. Ogni anno l’agenzia europea per l’ambiente pubblica il rapporto sulla qualità dell’aria in Europa. Nel 2019 in Europa i decessi attribuibili all’inquinamento sono stati stimati in 412.000 mentre in Italia sono 75.200 e la pianura padana è il luogo in cui le violazioni dei limiti di legge dei tre inquinanti come Pm2.5, NO2 e ozono vengono violati sistematicamente.

Come stimato dall’EEA, il danno economico causato dall’inquinamento oscilla in Italia tra un dato minimo di 47 miliardi di euro l’anno sino ad un massimo di 142, mentre a livello europeo il danno è di 330 miliardi sino ad un massimo di 940 .

In 10 anni a causa dell’inquinamento abbiamo perso in Italia 750 mila vite umane con un danno economico minimo pari a 470 miliardi di euro.

Ricordare questi dati ci fa comprendere come in Italia e nel mondo, dove secondo l’organizzazione mondiale della sanità sono 7 milioni le vittime causate dello smog, ci sia un’emergenza sanitaria non affrontata. Se da un lato è necessario approfondire scientificamente la relazione tra letalità da coronavirus e inquinamento, dall’altra già sappiamo che lo smog è un grave problema sanitario non contrastato con nessuna politica strutturale dal punto di vista economico e ambientale. I tragici numeri dei decessi suggerirebbero invece un cambio forte nella mobilità, nel modo di produrre e quindi nelle scelte economiche.

Il cambiamento climatico tra il 2030 e il 2050, secondo l’Oms, sarà la causa di 250 mila vittime ogni anno, ma né l’emergenza smog e né il climate change sono percepiti come un pericolo imminente nella popolazione e nei decisori politici, determinando un irresponsabile immobilismo di molti governi del pianeta. E in questo contesto l’informazione a volte gioca un importante ruolo negativo.

Percezione del rischio

Non c’è una percezione del rischio delle conseguenze del cambiamento climatico nella popolazione, un problema fondamentale che riguarda la sopravvivenza del pianeta e della qualità della vita, mentre i governi del mondo non affrontano in modo preventivo le crisi climatiche e ambientali che sono anche strettamente legate alla diffusione di epidemie da microrganismi patogeni.

Il mondo paga le contraddizioni e la superficialità di quelle classi politiche che ritengono che investire sulla sostenibilità e sulla conversione ecologica dell’economia sia superfluo.

In realtà superfluo e anche criminale è stato investire in 20 anni, dal 1998 al 2018, secondo i dati dell’istituto SIPRI , ben 32.000 miliardi di dollari in spese per armamenti mentre nel mondo i sistemi sanitari, la ricerca e la sicurezza sociale venivano ridotti ai minimi termini se non azzerati. Intanto la risorsa acqua continua ad essere dissipata e la biodiversità del pianeta distrutta a ritmi drammatici.

Impatto economico

Quali saranno gli impatti della pandemia da Covid19 sull’economia globale è difficile da stimare al momento, considerata l’incertezza di prevedere l’evoluzione dei contagi e se ci sarà la cosiddetta ondata di ritorno, ma alcuni istituti di ricerca economica parlano di una cifra iniziale di 3.000 miliardi di dollari con un aumento drastico della disoccupazione. Gli esperti di JPMorgan prevedono per l’economia Usa, nel secondo trimestre, una contrazione del Pil  del 40% con un tasso di disoccupazione al 20% ovvero 25 milioni di posti di lavoro persi. Nella seconda parte dell’anno è attesa una ripresa, con l’economia in crescita del 23% nel terzo trimestre e del 13% nel quarto trimestre.

Nel 2006 Sir Nicholas Stern, ex capo economista della Banca Mondiale, presentava il primo rapporto sull’impatto economico globale dei cambiamenti climatici, quantificandolo in cinque punti percentuali di Pil mondiale, ovvero oltre 4.000 miliardi di dollari, mentre la prevenzione ovvero le politiche in difesa del clima sarebbero costate l’1% del Pil globale. Un saldo positivo che non solo farebbe risparmiare risorse ma consentirebbe l’avvio di politiche che garantirebbero sicurezza sociale, sanitaria e ambientale. Oggi si comincia a comprendere quanto queste politiche siano fondamentali nel mondo per garantire anche la sicurezza economica e dei mercati finanziari.

In piena emergenza da Coronavirus esponenti di forze politiche sovraniste in Europa hanno proposto di bloccare il piano sull’economia verde per destinare le risorse alla crisi economica provocata dalla pandemia Covid-19. Una proposta irresponsabile perché è esattamente l’opposto di quello che si deve fare per costruire un’economia resiliente in grado di prevenire e dare una risposta a eventi traumatici che non sono solo rappresentati dai rischi di pandemie, ma anche dalle conseguenze degli impatti del cambiamento climatico. Ad esempio pensiamo alle migliaia di anziani deceduti l’estate scorsa in Europa per le ondate di calore provocate dalle elevate temperature.

Quale globalizzazione

Il modello economico che abbiamo conosciuto prima della crisi da pandemia non sarà più lo stesso e le molte politiche di delocalizzazione delle produzioni saranno probabilmente riviste, non solo per quello che è accaduto durante la gestione della crisi in Europa pensiamo ai materiali sanitari quasi totalmente prodotti in Cina. Il rischio di future epidemie porterà a rilocalizzare in Europa produzioni strategiche per garantire un’indipendenza in alcuni processi produttivi. Lo stesso modo di viaggiare, come lo abbiamo conosciuto sino ad oggi, cambierà fin quando l’incertezza e la paura non saranno cessate nella percezione generale.

Le produzioni agricole locali, il turismo locale, gli artigiani, l’innovazione tecnologica, la digitalizzazione e la semplificazione nella pubblica amministrazione, gli investimenti nella sanità pubblica, nell’università, nella ricerca, nei trasporti pubblici, il portare la banda larga nelle aree interne e in quelle più deboli economicamente e un piano energetico 100% rinnovabile, saranno i punti strategici su cui puntare per dare un contributo determinante al rilancio dell’economia del dopo crisi pandemia insieme ad una forte azione sul piano dell’equità sociale.

Niente torni come prima

Le politiche energetiche giocheranno un ruolo molto importante per la ripresa dell’economia globale. Da settimane, i principali indici dei prezzi del petrolio, il Brent (il greggio estratto nel Mare del Nord), e il West Texas Intermediate (dai giacimenti dello stato americano), oscillano tra i 20 e i 30 dollari al barile. Il prezzo del petrolio non era mai stato così basso nemmeno durante la crisi finanziaria del 2008-2009. Le politiche economiche del dopo pandemia saranno fondamentali per capire che direzione prenderà il mondo e c’è da augurarsi che l’Europa su questo giochi un ruolo forte. Con il prezzo del petrolio così basso sarà favorita la transizione energetica o rallenteranno i processi industriali di conversione come quelli nel settore automobilistico dal motore a scoppio a quello elettrico?

Nel mondo ogni anno, secondo un dato del Fondo monetario internazionale del 2017, oltre 5.000 miliardi di dollari vengono erogati complessivamente in 191 paesi del mondo come sussidi ai combustibili fossili, oltre il 6% del Pil globale. In Italia sono 19 miliardi di euro e riorientare questi fondi nella direzione della ricostruzione e verso la green economy sarebbe una decisione che aiuterebbe l’economia globale e porterebbe a creare milioni di nuovi posti di lavoro.

Claudio Risè ha scritto che “l’uomo non è globale ma locale”, in realtà l’uomo si è spinto sempre oltre i limiti dei suoi orizzonti anche facendo molti danni, vediamo ciò che è accaduto nelle Americhe con il genocidio delle popolazioni native o con gli aborigeni in Australia.

Siamo nel 2020 e per vincere la battaglia contro il cambiamento climatico il mondo dovrà attuare una decisa politica globale e la sicurezza sanitaria potrà essere garantita con una politica mondiale nella ricerca sui vaccini e nelle terapie mediche sulle malattie infettive e non solo.

Penso che la globalizzazione non sia finita ma necessariamente andrà cambiata mettendo al centro delle sue politiche non più le merci ma i diritti delle persone come la tutela della salute, la sicurezza sociale, l’accesso al cibo e all’istruzione, mentre la modifica responsabile dei nostri stili di vita, come già accaduto in questa fase di pandemia, aiuteranno il cambiamento nella direzione della sostenibilità.

Per costruire il dopo emergenza Covid-19 vanno salvate dal rischio fallimento decine di migliaia di imprese e sostenute le famiglie economicamente più deboli ed in questo passaggio delicato e drammatico per l’Europa è fondamentale una maggiore assunzione di responsabilità e solidarietà. Le istituzioni europee dovrebbero emettere titoli obbligazionari sulla salute, qualcuno li ha chiamati coronabond o healthbond, sarebbe un passo necessario e importante, mentre il piano ambizioso sul green new deal non va abbandonato, ma deve essere collegato con il piano di ricostruzione economica del dopo Covid 19.

Il rischio è che, passata l’emergenza, tutto torni come prima, aspettando di gestire la prossima, ma non possiamo permettercelo. E per questo sarebbe auspicabile un’ampia alleanza globale civica, di intelligenze, sociale, economica ed ecologica per raggiungere questi obiettivi.

Angelo Bonelli
Angelo Bonelli
Ecologista, coordinatore esecutivo nazionale della Federazione dei Verdi. Nel 2006 viene eletto alla Camera, nel 2012 si candida a sindaco di Taranto. Alle vicende ambientali di Taranto è dedicato anche il suo libro “Good morning diossina”.

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