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Prosumer e comunità energetiche

Autonomia energetica e comunità. É questa la ricetta necessaria anche e soprattutto per fare fronte, in maniera rinnovabile alla pandemia da Coronavirus. La sfida è diversa dal passato, l’obiettivo che occorre porsi è quello di sostenere e agevolare tutti coloro che riescono ad autoprodurre l’energia elettrica e termica di cui hanno bisogno, di spingere i progetti che permettono a famiglie, imprese, distretti produttivi e condomini di produrre e scambiare energia con moderne smart grid, sistemi di accumulo, impianti efficienti. Un esempio. In Scozia le installazioni di impianti a fonti rinnovabili che fanno capo alle comunità energetiche dal basso sono oltre 600 per una capacità di 35 MW con benefici per le comunità locali di oltre 5 milioni di sterline l’anno. Ma sono i progetti futuri scozzesi a essere molto interessanti. «Le comunità in Scozia hanno progetti per 180 MW a vari stadi di sviluppo. – dice Georgy Davis – E il Governo scozzese ha fissato per le comunità energetiche un target di 500 MW al 2020». E non si tratta solo di MW. «Attraverso lo sviluppo delle rinnovabili vogliamo costruire solidarietà, resilienza e salute a livello delle comunità di base», conclude Georgy Davis dell’associazione Community Energy Scotland che riunisce le comunità energetiche scozzesi.

Energia autoprodotta

Non è possibile, però, parlare di comunità energetiche senza palare dei prosumer, ossia del produttore/consumatore, ovviamente di energie rinnovabili. Si tratta di un soggetto non presente nello scenario energetico dal 1962, anno della nazionalizzazione dell’energia elettrica e che ha avuto anticipazione con i vari conti energia dedicati al fotovoltaico negli anni scorsi. È una figura già presente da tempo in altri paesi come la Francia, la Germania e la Gran Bretagna e che ora, grazie alla Sen e alle nuove direttive europee, arriverà anche in Italia. Si tratta di una modalità di agire all’interno del settore elettrico che è stata resa possibile dall’innovazione e dalla digitalizzazione della rete, campo nel quale l’Italia è all’avanguardia, che sfruttando sistemi intelligenti di contabilizzazione, le smart grid e in un prossimo futuro le blockchain, consente da un lato la possibilità all’utenza di essere protagonista bidirezionale della rete, dall’altro permette di bilanciare la produzione e i consumi anche con le rinnovabili e i piccoli soggetti, come le famiglie e le Pmi. Oltre a ciò un grande ruolo lo giocherà di sicuro l’accumulo che consente una flessibilità e un bilanciamento ancora maggiore della dialettica tra produzione e consumo. E su ciò c’è da registrare un ritardo dell’Italia. Il nostro paese, infatti, non ha mai varato un programma d’incentivi per l’accumulo da fotovoltaico domestico, come invece fa la Germania da alcuni anni, mettendo una seria ipoteca sia sulla manifattura degli accumulatori – nella quale avevamo fino a qualche anno fa una buona leadership – sia sullo sviluppo delle reti intelligenti. L’incentivo messo a punto dalla Germania è una piccola cosa, circa 200 milioni di euro l’anno, e non si capisce come mai un provvedimento analogo non sia mai stato preso in considerazione dal Governo italiano, al punto che due regioni, Lombardia e Veneto hanno provveduto autonomamente a incentivare l’accumulo domestico per le rinnovabili. Eppure nella Sen è scritto a chiare lettere: «Centralità del consumatore come motore della transizione energetica, da declinare in un maggiore coinvolgimento della domanda ai mercati tramite l’attivazione della demand response, l’apertura dei mercati ai consumatori e auto-produttori (anche tramite aggregatori) e lo sviluppo regolamentato di energy communities». E un aspetto molto importante sotto a questo profilo è quello degli aggregatori che sono dei soggetti che aggregano al loro interno molti prosumer dotati di accumulo che si comportano sulla rete come un unico soggetto, ossia come un’unica centrale di produzione anche se virtuale. E il nuovo mercato elettrico europeo, sotto a questo profilo è chiaro visto che definisce con attenzione le dinamiche d’azione degli aggregatori degli impianti di produzione da fonti rinnovabili consentendo loro di agire anche a livello transnazionale. Un aggregatore, anche se di fonti rinnovabili, quindi può utilizzare in maniera organica le singole unità produttive offrendo gli stessi servizi degli impianti di produzione elettrica tradizionali, accedendo così ai mercati spot e ai servizi di dispacciamento, cosa che le piccole unità disaggregate non potrebbero fare.

Energia sociale

Una riflessione interessante è quella relativa agli aspetti sociali andando oltre alla produzione di reddito aggiuntivo attraverso la produzione enegetica, o di risparmio grazie all’efficienza energetica indotta da questi sistemi legati ai prosumer e alle comunità energetiche. E come aspetti sociali si intendono, per esempio, quelli motivazionali, etici e la tensione tra libertà e vincolo. Si tratta di aspetti squisitamente antropologici e sociologici e che per questa loro caratteristica sono stati affrontati molto raramente nel settore energetico, e per affrontarli è necessario prendere in prestito alcune dinamiche proprie di un altro tipo di prosumer: quello attivo sul web. In questo campo l’asimmetria informativa tra i media e gli utenti è molto diminuita, se non addirittura azzerate quando entrano in gioco “aggregatori informativi” come i social network. All’interno dei social network, infatti, trovano posto dinamiche di produzione, modifica e consumo dell’informazione, mentre negli aggregatori energetici ci sono produzione, accumulo e consumo d’energia ed entrambi i modelli possiedono dinamiche sociali simili. La presenza delle persone in queste dinamiche, per esempio, è legata al concetto d’autonomia sia energetica sia informativa, mentre quello che prima era solo un consumatore, oggi diventando un prosumer, assurge a un ruolo attivo. E che dire della convergenza d’interesse? Il prosumer informativo si aggrega a seconda di interessi specifici, come per esempio la mobilità o la cucina e quello energetico trova il proprio punto d’aggregazione, per esempio, nelle questioni etiche e/o ambientali. O anche più semplicemente nel risparmio. Si tratta, come abbiamo detto, di aspetti comportamentali che sarà fondamentale affrontare nell’immediato futuro perché da queste analisi potrebbero dipendere le sorti delle comunità energetiche, le rinnovabili sul territorio per non parlare della lotta ai cambiamenti climatici.

Energia povera

Altro aspetto poco noto delle soluzioni legate alle comunità energetiche e ai prosumer è quello della povertà energetica che è molto sottovalutata in Italia. Per affrontarlo al meglio però dobbiamo vedere cosa potrebbe accadere alle fasce energeticamente povere di fronte ai cambiamenti climatici e non nell’Africa Sub sahariana, ma nella civilissima Europa.

Attraverso l’analisi degli effetti dell’ondata di calore del 2003 in Francia, condotta dal sociologo francese Pasqual Acot sui dati della sanità pubblica, infatti, si è dimostrato che il tasso di mortalità dovuto al caldo è stato maggiore nelle periferie degradate di Parigi, rispetto al cento della città, mentre la comparazione tra il sistema sanitario francese e quello belga di fronte al fenomeno ha messo in luce le migliori performance di quest’ultimo. Tradotto: la povertà energetica di fronte ai cambiamenti climatici si traduce in un maggiore tasso di mortalità. E la pervasività negli utilizzi dell’energia rende problematica anche la valutazione puntuale in relazione agli effetti. Da una recente ricerca britannica sulle condizioni di vita degli anziani, per esempio, si è riscontrato un aumento del 7% delle infezioni alimentari tra quelli più poveri. La causa? Le interruzioni di fornitura dell’elettricità, dovute al non pagamento della bolletta, causano il deterioramento del cibo che viene consumato nonostante tutto, per non doversi sobbarcare nuovi acquisti. In pratica la povertà energetica diventa, in questi casi, un amplificatore di una situazione già problematica. è chiaro quindi che una delle soluzioni alla povertà energetica risiede nella mutualità prevista dalle comunità energetiche e nel basso prezzo dell’elettricità in autoconsumo. La questione rimane quella dei costi iniziali degli impianti che però devono essere contabilizzati all’interno della spesa sociale, magari con un cambiamento di rotta sul fronte del bonus sociale per l’energia e il gas che potrebbe diventare un ausilio per l’installazione di impianti a fonti rinnovabili. Cosa che da accesso a un risparmio in bolletta per le fasce disagiate stabile per venti anni e a costo zero per le finanze pubbliche. Una leva formidabile per levare le rinnovabili dalla nicchia “ecologista” nelle quali sono costrette ora e renderle sul serio popolari alle grandi masse.

 

 

Sergio Ferraris è direttore di QualEnergia, rivista di Legambiente

Sergio Ferraris
Sergio Ferraris
Giornalista scientifico esperto in ambiente ed energia, Direttore della rivista QualEnergia, autore di documentari scientifico-ambientali per RaiEducational. È tra i fondatori della Federazione Italiana Media Ambientali (FIMA). Nel 2015 viene nominato “Reporter per la Terra” nell'ambito delle celebrazioni del World Environmental Day.

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